
THE JASAD HEIR
The Jasad Heir, scritto da Sara Hashem e pubblicato da Il Castoro nel 2024, è un romantasy originale e travolgente ispirato all’affascinante cultura egiziana. Composto da circa 550 pagine, è il primo volume della dilogia dal titolo “The Scorched Throne”, che si conclude con il romanzo “The Jasad Crown”,
pubblicato in lingua italiana proprio quest’oggi.
Trama:
Sylvia vive da circa cinque anni nel modesto villaggio di Mahair, lavorando come apprendista presso la bottega dello speziale Rory. Un’orfana come tante, tranne per il fatto che il suo vero nome non è Sylvia ma Essiya, e che non è un’orfana qualunque bensì l’Erede del Jasad: il regno dato alle fiamme dall’esercito del Nizahl dieci anni prima, nel tentativo di sterminare la famiglia reale e il suo popolo. Da allora, il Nizahl è impegnato in una sanguinosa caccia ai jasadi rimasti per debellare, una volta per tutte, quella magia pericolosa e proibita. Essiya, dunque, deve nascondersi da quanti la credono morta; ma un momento di avventatezza è sufficiente ad attrarre l’attenzione di Arin, il misterioso quanto temuto Erede del Nizahl. Questi cercherà in ogni modo di farle rivelare la sua vera identità,
scontrandosi, però, con una nemica che infrangerà ogni sua previsione. I due Eredi stringeranno un accordo che permetterà loro di conoscersi meglio, e che indurrà Arin a mettere da parte la sua fredda logica; mentre Sylvia si troverà ad affrontare quel passato che credeva di essersi lasciata alle spalle.
“Se fossi una donna ragionevole, ti taglierei la gola nel sonno.”
“È una minaccia?”
“Non ho ancora deciso.”
Recensione:
Ho adorato Sylvia sin dalle primissime pagine: una donna che non cede facilmente alle provocazioni, ma diviene feroce quando si lascia andare; che sfida i suoi avversari con un umorismo impeccabile, e quella regale arroganza che le impedisce di sottomettersi; che scoppia in una sonora risata proprio nei
momenti più catastrofici. Alta e robusta, indomabile con quei lunghi e neri ricci che le circondano il viso, è in grado di spezzare la schiena di un uomo a mani nude; senza contare quella potente e devastante magia che sembra, però, non risponderle quando ne avrebbe più bisogno. Per questo, Sylvia si è sempre affidata al suo istinto; a quel corpo plasmato da un lungo e crudele allenamento
che, oltre ad averle lasciato cicatrici lungo tutta la schiena, le ha strappato dal cuore ogni ricordo felice, e trasformato anche il più innocuo tocco in un campanello d’allarme. Ecco come ci appare Sylvia quando facciamo la sua conoscenza: una donna spezzata, che detesta qualunque forma di
contatto; l’esatto opposto della bambina capricciosa e desiderosa di affetto che viveva a palazzo.
D’altronde, quando rivelare il tuo vero nome ti condannerebbe a morte certa, non c’è spazio per i sentimenti, nessun luogo da chiamare casa.
Alle volte, però, il senso di colpa riaffiora per ricordarle di aver abbandonato il suo popolo, e di aver preferito nascondersi piuttosto che reclamare il posto che le spetta di diritto. In momenti come questi, la vediamo abbassare la guardia e agire d’impulso; e sarà proprio la sua imprudenza a favorire l’incontro con quell’uomo dal quale non avrebbe mai dovuto farsi trovare: Arin.
Se Sylvia è impetuosa e insolente, l’Erede del Nizahl è freddo e composto. Ossessionato da un perfezionismo estremo, non è mai vittima delle sue emozioni, ma lascia che a guidarlo sia una mente acuta e brillante: uno strumento che usa per calcolare le varianti dietro ogni scenario plausibile.
Ricorrerà proprio alla sua astuzia per indurre la nostra protagonista a gettare la maschera dell’innocua orfana del villaggio, ma restando, dopo ogni incontro, sempre più confuso. Rimarrà affascinato da quella donna tanto esasperante quanto intelligente, sino al punto da non volersene più separare.
“Sono felice di sentirti pronunciare il mio nome anche quando non corri un pericolo immediato”
“Ne farò un uso frequente, allora.”
Credetemi se vi dico che questa coppia vivrà a lungo nella vostra memoria. Il loro è un legame che evolve in maniera impeccabile: quel disprezzo iniziale che diviene prima curiosità, poi lentamente ammirazione, sino a trasformarsi in un sentimento sincero e reciproco, che condurrà entrambi a desiderare di più. Un amore che spingerà Arin ad infrangere il suo prezioso contegno, e Sylvia a
scoprire che “casa” non sempre è un luogo, ma, alle volte, colui che riesce a vedere chi sei veramente dietro un’anima a pezzi.
Sylvia stessa non aveva mai compreso veramente chi fosse: costantemente divisa tra Essiya, la Regina del Jasad che dovrebbe guidare la sua gente alla rivolta, e Sylvia, l’orfana di Mahair che vorrebbe condurre una vita semplice accanto alle persone che le vogliono bene. Per anni ha lottato contro
quella parte di sé che avrebbe voluto dimenticare; un’eredità fatta di sangue e cenere che non ha scelto, e che porta con sé responsabilità troppo grandi.
Per quanto possa fuggire, però, non potrà mai correre via da sé stessa; e sarà quando inizierà a rimettere insieme i frammenti del suo doloroso passato che scoprirà la vera storia dietro la sua famiglia, e quelle amare verità a lungo sepolte; imparerà che ciascuno ha una diversa percezione di ciò che è giusto e sbagliato a seconda della realtà nella quale è cresciuto, e che, spesso, la distinzione tra innocenti e colpevoli non è così netta. Allora, anziché combattere per un regno ormai decaduto e persone che neppure conosce, sceglierà di lottare per proteggere quanti l’hanno amata quando era ancora diffidente e chiusa: per Sefa e Marek, che non hanno mai chiesto nulla in cambio del loro affetto, e non l’hanno mai abbandonata; per Rory e Raya, che si presero cura di lei quando non aveva nulla; per la piccola Fairel, l’unica in grado di farla sorridere anche quando è di umore più nero.
La forza e la purezza di tali affetti saranno la base del suo cambiamento.
Passiamo ora alla parte tecnica e a qualche considerazione finale…
La breve prefazione incuriosisce il lettore, e lo introduce ad un racconto originale e travolgente che, vi confesso, mi ha stregata. A narrare la vicenda è Sylvia in prima persona; troviamo però anche 3 capitoli (2 + l’epilogo) in cui la narrazione passa in terza persona, ed avremo modo di seguire più da vicino Arin.
I capitoli hanno una giusta lunghezza: inizialmente, ho avuto la sensazione di procedere piuttosto lentamente, ma questo perché il passato si intreccia spesso al presente interrompendo momentaneamente l’azione; ed inoltre occorre assimilare i numerosi elementi che compongono il dettagliato quanto affascinante world building, che con i suoi colori brillanti, quell’odore di pane
appena sfornato, ed il dolce suono del liuto vi trasporterà in un mondo dai chiari riferimenti alla cultura egiziana (per la quale ho sempre avuto un debole!). La storia degli Awalin alla base delle origini di ciascun regno; il tema del torneo con le sue sfide mortali; ed ancora il Ballo del Vincitore, sono tutti elementi che hanno contribuito a rendere ancora più avvincente la trama.
Mi ha piacevolmente sorpresa, poi, il fatto che mentre cerchiamo di scoprire chi è Sylvia e ciò di cui è capace, la nostra attenzione viene spesso catturata dai personaggi secondari che le ruotano attorno, per nulla banali o convenzionali ma che, come la nostra protagonista, celano numerosi segreti.
The Jasad Heir è la storia della rinascita di una Regina che, dopo anni trascorsi a nascondersi dai suoi nemici, ha finalmente smesso di fuggire.

Rispondi a Francesca PaciniAnnulla risposta